Roland Garros, Bolelli: “Nei tornei ATP terrei il long tie-break. Non rischi di guardare tre ore di doppio”
Simone Bolelli e Andrea Vavassori si qualificano per i quarti di finale del Roland Garros 2026, dopo una bella vittoria su Willis e Paul. Affronteranno al prossimo turno Nouza/Oberleitner, un ceco e un austriaco. Un’occasione ghiotta per andare avanti fino in fondo nel torneo, con il sogno Slam che è lì, chiaro. Per quanto per Simone non sembri un’ossessione eccessiva. D: La strada procede bene, quarti di finale. Bolelli: “Sì, stiamo giocando un buon tennis. Abbiamo fatto un ottimo secondo turno e oggi un’altra partita solida. Gli avversari di oggi non li conoscevo molto: Wave aveva già giocato contro lo svizzero in United, quindi un po’ lo conosceva, e anche l’inglese non ci avevo mai giocato contro. Era una coppia nuova per noi, però abbiamo giocato un match solido. Abbiamo avuto solo un 15-40 sul mio turno di servizio nel secondo set, ma siamo riusciti a gestirlo. Secondo me eravamo superiori da dietro, abbiamo servito bene e cercavamo di far giocare molto nei game di risposta, un po’ con il lob, un po’ entrando sulla seconda. Insomma, oggi un match solido“. D: Questi Nouza e Oberleitner nei quarti di finale? Bolelli: “Nouza lo conosciamo abbastanza bene perché abbiamo giocato varie volte. Prima giocava con Rikl, uno che serve molto forte e gioca bene a rete, da dietro forse è più normale, ma sicuramente è un grandissimo servitore. L’altro comunque gioca bene: abbiamo giocato quest’anno a Dubai, lui aveva un altro compagno, e anche lui è uno che da fondo sa giocare bene. Non so se abbia giocato singolo, ma comunque è una coppia nata da poco, mi sembra da un mese o qualche mese. Noi cercheremo di fare il nostro: la chiave sarà rispondere il più possibile a Nouza, che come ho detto ha nel servizio la sua arma principale“. D: Ti chiedo intanto se hai mai pensato di fare il misto, come Andre, oppure se preferisci tenerti energie. E poi, mi sembrate molto sereni anche arrivando da Roma. Questa pressione dello Slam, che avete detto essere la ciliegina sulla torta, in realtà non mi sembra vi pesi troppo. Bolelli: “Il misto l’ho giocato una volta con Flavia, non ricordo bene in che anno, nella Hopman Cup, prima di Melbourne, quando si giocava forse ad Adelaide. Quell’anno eravamo io e Flavia. Poi in uno Slam non l’ho mai giocato. Ho giocato una partita l’anno scorso a Indian Wells, in un torneo a inviti con la Samsonova, però no, il misto non mi ha mai attirato troppo. Anche quando giocavo da singolarista, perché facevo già singolo e doppio, aggiungere pure il misto era troppo. Adesso sinceramente preferisco concentrarmi sul doppio, non voglio sprecare altre energie. Quanto allo Slam, chiaramente lo vogliamo, ma non deve crearci pressione del tipo ‘dobbiamo vincerlo per forza’. Noi entriamo in campo per provare a vincere tutte le partite, ma senza farne un’ossessione. Sappiamo di essere una delle coppie che può ambire al titolo. Ora siamo entrati in top 10, siamo risaliti in classifica; prima eravamo 14 e 15, quindi non eravamo poi così lontani. Dobbiamo cercare di non metterci pressione, vivere tutto serenamente, mostrare in campo le nostre qualità e dare tutto quello che abbiamo“. D: Hai ancora voglia di prendere aerei e cambiarti d’abito negli spogliatoi? Per quanto tempo ancora? Bolelli: “I viaggi pesano un po’ adesso, però tengo botta sotto quel punto di vista. Mi piace ancora giocare, mi piace stare in campo, proprio starci e giocare. Penso di avere ancora 2-3 anni, dai. Faccio 41 anni quest’anno. Ci sono doppisti che hanno già 43-44 anni, quindi si può fare. Punto alle Olimpiadi di Los Angeles 2028“. Bolelli tra presente e futuro D: Ti volevo chiedere, andando molto indietro negli anni: da singolarista c’è stato un momento in cui eri vicino al salto di qualità definitivo. Ti chiedo se questa parte di carriera la vivi un po’ come una rivincita, oppure no. Bolelli: “No, assolutamente nessuna rivincita. Si può sempre fare meglio. Ho sempre cercato di dare il massimo anche nel singolo. Sicuramente potevo fare di più, magari avere una classifica più alta. Però ho sempre cercato di dare il massimo. Ho subito tre infortuni, tre operazioni, e sono quasi sempre riuscito a tornare. L’ultima, al ginocchio, mi ha un po’ spezzato le gambe perché avevo già 31 anni e non sono più riuscito a tornare ai livelli alti. Da lì ho preso la decisione del doppio, ma non è assolutamente una rivincita: è una seconda, terza carriera, mettiamola così. Quando ho capito che nel singolo non sarei più tornato a quei livelli, non era per il tennis in sé, perché secondo me il tennis ce l’avevo ancora. Però non avevo la costanza, magari il fisico, per giocare un anno intero e tornare nei primi 50. Quindi ho cambiato strategia“. D: A Barcellona hai visto giocare Herbert con Vavassori? Che impressione ti ha fatto? Bolelli: “Sì, ho visto qualche partita. Herbert lo conosco bene, ci ho giocato contro. Ha vinto tantissimo in doppio con Mahut, fortissimo, e stava cercando di tornare in singolare. Ho visto due partite, mi sembra finale e semifinale. Hanno vinto quasi tutto con Mahut, credo tutti gli Slam e i nove Masters 1000. Insomma, uno che a tennis sa giocare, soprattutto in doppio. Lì non hanno perso di molto. Forse meritavano anche Barcellona, perché gli inglesi in alcuni momenti sono andati bene con qualche game di servizio e con le seconde palle. Però Herbert ha fatto una grandissima settimana. È un grandissimo giocatore, anche se adesso secondo me non sta giocando tanto perché vuole tornare su nel singolo“. D: Qual è la coppia più forte che hai visto in questi anni nel circuito? Bolelli: “Parlando di tanti anni fa, quando giocavo in singolo, i Bryan erano non dico imbattibili, ma vincevano tantissimo. C’erano loro, c’erano Nestor e Zimonjic, c’era Mirnyi che si alternava un po’ con Zimonjic. Adesso, secondo me, ci sono più coppie. Prima c’erano due o tre coppie tostissime che vincevano quasi sempre loro. Ora ci siamo anche noi, c’è Granollers, c’è Varen; ci sono gli inglesi, insomma, ci sono un po’ più coppie che possono ambire a vincere i tornei“. D: In finale dovreste incontrare Granollers e Zeballos, quelli della finale di Roma.Bolelli: “Alla fine le coppie sono quelle, quindi devi sempre trovare qualcosa in più per cambiare le carte in tavola, perché ci giochi quasi ogni settimana“. D: Ti volevo chiedere una cosa tecnica: nell’ATP il doppio si gioca in un modo, negli Slam in un altro. A Wimbledon mi sembra si facciano anche i 5-7. Io, negli ATP, toglierei il punto secco e lascerei il super tie-break. Nei tornei importanti, invece, secondo me è giusto il due su tre normale. Tu come la vedi? Bolelli: “Negli ATP sono d’accordo: toglierei il punto secco e lascerei il super tie-break. Perché il terzo set può diventare lungo, ma il super tie-break dà comunque un attimo di adrenalina anche al pubblico e non rischi di guardarti tre ore di doppio. Negli eventi importanti, tipo qui, secondo me è giusto il due su tre normale. Lo inserirei anche alle Olimpiadi, perché il 40-40 con punto secco alle Olimpiadi non si può vedere. E anche al Masters, insomma, alle Finals lascerei due su tre normali“. Domanda: Quindi vuoi restare ancora nel tennis anche fra 10 anni, quando smetterai? Ti vedi come coach? Bolelli: “Sì, credo di sì. Il resto non lo so. La scuola, quello che è, non è che abbiamo tante alternative. Però a me piace molto stare in campo. Magari come allenatore, certo. Non in un ufficio dietro a un computer. In campo mi piacerebbe comunque starci“. D: Cobolli ha detto che gli piace che non ci sia l’arbitraggio elettronico, perché dice che il giudice di linea che va a vedere il segno è una cosa elegante. Tu cosa ne pensi? Bolelli: “Io invece sono più per l’elettronico, perché molte volte il segno non è così chiaro a occhio nudo. Se tocca di 1 o 2 mm è davvero difficile capirlo. C’è la macchina, ti fidi della macchina e basta. Ormai si gioca così. Per esempio, in finale a Roma, sullo smash di Zeballos nel super tie-break sul 4-1, io l’avevo vista buona, poi la macchina l’ha data fuori di così. Però tra 5-1 o 4-2 cambia molto, quindi io sarei per l’elettronico: decide la macchina se tocca o non tocca. L’occhio umano molte volte, secondo me, non riesce proprio a distinguere. Così giochi e basta, c’è la macchina che chiama“. ...